La natura: “DEA NEGATA” nell'opera pittorica di di John Sutherland, il cacciatore che divenne preda Stampa
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Ricerche Storiche D'Ambra - Ricerche Storiche
Scritto da Massimo Colella   
Lunedì 23 Novembre 2009 09:10

La natura: “DEA NEGATA” nell'opera pittorica di di John Sutherland, il cacciatore che divenne preda

Sutherland come Atteone: l’Io si auto-riconosce nell’Altro.
Essere in contatto diretto con il fascino e la segreta essenza della Natura, come lo è John Sutherland, ha l’affascinante conseguenza e il notevole “vantaggio” (se ci è lecito parlare di Arte in termini così utilitaristici) di penetrarne il senso profondo e di lasciarsene coinvolgere senza frapporre quasi velo alcuno – ed anzi con disarmante scioltezza dilacerando il velo esistente – tra il Soggetto (il Sé dell’umana consapevolezza di un Io che fichtianamente si auto-riconosce) e l’Oggetto (ossia, l’alterità tutta, misurata però nell’ambito specifico, ma supremo dell’universo naturale e non nelle dinamiche interumane che, pure, beninteso, costituiscono parte integrante, come è ovvio, dell’Altro rispetto al Soggetto-Io).

Ciò significa, per il pittore e – inevitabilmente, ma in parte e secondo gradienti diversi da persona a persona – per il fruitore della sua creazione estetica, non solo e non tanto “comprendere” il cuore profondo della Natura (giacché la sola operazione di “comprensione” implicherebbe comunque il permanere, che invece non sussiste nel pensiero e nella prassi del Sutherland, di una distanza abissale tra soggetto “che comprende” e oggetto “che viene compreso, capito”), bensì “compenetrarsi” totalmente nella Natura stessa così da riuscire a percepire o, meglio, intuire alfine di esserne parte vibrante e vivente ed anzi di coincidere, sotto certi versi, pienamente con essa.
Ma non è forse questa la parabola di Atteone, di cui parla Giordano Bruno, che – per aver osato osservare la dea Artemide nuda – da “cacciatore” diviene cervo, ossia “preda” e, sbranato dai cani (che sono i “pensieri delle cose divine”), si trasforma, nella morte, da occhio che percepisce ciò che è apparentemente esterno all’interiorità, occhio che si auto-osserva, scaturigine infinita di una Natura che si auto-riconosce come esterno che vive nell’interno ed interno che vive nell’esterno? Se questa, dunque, è la parabola (e lo è, dacché l’interrogativa è nelle intenzioni e si dimostra, credo, nei fatti palesemente retorica), il nostro Sutherland-Atteone, nell’evocazione della Natura, non fa che dipingere ed esprimere nei fatti se stesso con sentimento – direi – “lirico”. E dico “lirico” perché per interpretare il pensiero creativo sutherlandiano non è inesatto, ma anzi calzante il riferimento alla “lirica”, sempre che la si intenda come categoria assoluta applicabile anche all’arte pittorica, che lungi dall’antico significato aristotelico di “mìmesis”, identifica, nell’accezione moderna e inaugurata nell’ambito letterario italiano da Leopardi, la “libera e schietta espressione” delle “avventure storiche dell’animo”, ossia dell’Io, lì dove, però, nel caso sutherlandiano, si intende per Io non un “io” soggettivo e chiuso nei ristretti confini di un’individualità definita, ma l’Io universale che si auto-percepisce e auto-riconosce come Natura, nel complesso e misterioso rapporto, non sempre indagabile razionalmente, tra Interno e Esterno, Io e Mondo che sussiste nell’arte del Nostro. Di questa Natura (che è quindi interiorità esteriorizzata o, il che è (quasi) lo stesso, esteriorità interiorizzata) Sutherland intuisce e suggerisce, mi pare, un simbolo estremo e significativo, ricco di indefinite suggestioni, ne “La reine des bois” (olio su tela, cm.70 x 100), signora assoluta dei boschi che ci raggiunge da siderali abissi incantati in una trasparenza fiabesca e sognante di verdi cromie, quasi a rappresentare essa stessa il mistero del cosmo: è una delle tele, a parer mio, più riuscite e sconvolgenti del Sutherland e raggiunge l’apice ultimo della compenetrazione nella Natura nel suo comunicare – con accenti sublimi e commossi – l’infinità del Tutto e la fragile magia del “divenire”. “La reine des bois” costituisce pertanto la chiave d’accesso alla “Natura sutherlandiana”, che è una Natura divina e vitale nelle sue sembianze antropomorfiche – esattamente come l’incantata e fatata creatura boschiva – ed è segno tangibile e intangibile, presente e sfuggente della “divina compiutezza” (l’espressione è di Cesare Galimberti e da lui riferita al significato sostanziale dell’Eterno Ritorno nietzschiano).
L’arte di Sutherland, gestuale e furente, per definizione tracimante e vigorosa, riesce, ad esempio, a rendere “umana” – nel senso di un’antropomorfizzazione efficace – una sconvolgente “Bufera”(acrilico su tela,cm.220 x 175), in cui non puoi non intravedere – nella furia apocalittica degli elementi cosmici, che quasi costituisce il doppio pittorico della letteraria “tempesta” di Lucano, che è restata celebre come “trionfo del chaos” – due occhi profondi e interrogativi, che manifestano ancora una volta la motilità e vitalità propria della Natura stessa, evidenziando peraltro uno dei temi o, meglio, simboli dell’arte sutherlandiana, che è quello per l’appunto dell’“occhio”, emblema estremo del rapporto che si instaura, mediante uno sguardo doppio, triplice e potenzialmente infinito, tra il creatore e il fruitore dell’opera estetica. Si tratta, dunque, evidentemente di una Natura che si dimostra, proprio come ne “La reine des bois”, sostanzialmente viva e operante, una Natura, si direbbe, dietro cui si annidano le forze estreme e incantate del “divino” intuito dagli antichi, una Natura magmatica e incandescente nel cui caleidoscopio riconosci l’incisiva, per così dire, “personalità” di un’entità attiva e mitica che sempre sorprende nelle sue acrobazie d’esistenza. Ma la Natura è una “divinità” che si scinde, fiume infinito, nei molteplici rivoli delle sue caratterizzazioni precipue, divenendo – ma si tratta di un divenire sincronico – una congerie straordinaria di “divinità minori” che in essa sussistono, un universo popolato, quasi, di sacre presenze talora inquietanti, ma più spesso amiche con cui si è baudelairianamente in “corrispondenza” (“La Natura è un tempio dove pilastri vivi / mormorano a tratti indistinte parole; / l’uomo passa, lì, tra foreste di simboli / che l’osservano con sguardi familiari”). Il “Caprone ribelle”(acrilico su tela,cm.120 x 100), il “Pappagallo triste” (acrilico su tela, cm. 50 x 70), la “Rana pescatrice” (olio su tela, cm. 70 x 100) o “Il delfino”(acrilico su carta bristol,cm.70 x 100), l’“Orca marina”(acrilico su carta bristol,cm.100 x 70) così come il “Martin pescatore” (acrilico su tela, cm. 100 x 70) e gli innumerevoli altri animali evocati e abbozzati dal Sutherland sono, dunque, estrinsecazioni simboliche e divine dell’universo naturale con cui confrontarsi per arrivare sino alla soglia della compenetrazione con la divinità maggiore e assoluta della Natura, recuperando quasi il rapporto immediato e fecondo con il mondo instaurato dagli antichi, che i moderni hanno dimenticato scelleratamente di continuare a coltivare tanto da ridurre nelle attuali condizioni di degrado l’affascinante biodiversità originaria. In tal senso, allora, l’arte sutherlandiana, che, come si è visto, è in simbiosi ed anzi identificazione totale con la Natura, non può che denunciare a voce alta, spontaneamente e programmaticamente, la distruzione operata dall’uomo sul globo intero: e si veda, a tal proposito, tra le molteplici opere del Nostro sul tema, il riuscito “Inquinamento vetrificato”(acrilico su carta,cm.30 x 42) che con superbo cromatismo allude ad un “kòsmos” distrutto e reso sofferente dall’insania umana). Ecco quindi che la Natura mostra – quasi un rovescio della medaglia, salvo che si tratta di un rovescio sì opposto, ma complementare e funzionale nell’operazione sutherlandiana – il suo vero, attuale volto di “dea vilipesa”, divinità negata dall’uomo che risulta perniciosamente incapace di riconoscere in essa se stesso. Mondo che diviene Io, Oggetto che si tramuta in Soggetto, divinità offesa che in sé ricomprende le infinite presenze divine del cosmo, la Natura “di” e “in” Sutherland è lo specchio dei problemi dell’odierno, ma anche un monito lanciato verso il futuro, a che si intraprenda un percorso diacronico in avanti per tornare paradossalmente in un passato (che ridivenga alfine attuale) in perfetta consonanza con l’universo naturale e con il suo senso riposto. Perché l’uomo comprenda, novello Atteone, di essere quella Natura che non è “altra” dal Sé. E – proprio in virtù di questa consapevolezza – non continui a farne scempio e a rovinare in tal modo ad un tempo la natura e se stesso. E, ovviamente, il suo proprio destino.
Sullo stesso tema vedi anche: “Agonia del cigno”(acrilico su tela,cm.100 x 70); “Il cruccio del bosco”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Inquinamento del fondale”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Nube tossica”(acrilico su masonite,cm.64 x 76); “Pappagallo triste”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Recinto assassino”(olio su tela,cm.70 x 100); “Tempesta sottocosta”(olio su tela,cm.100 x 70).
Massimo Colella,
(quotidiano “Il Golfo” del 19 novembre 2009, pag.8 inserto “Arte & Cultura”)

Ultimo aggiornamento Venerdì 22 Gennaio 2010 19:51